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Bing Bunny è senza genitori: fattene una ragione

Bing Bunny è senza genitori: fattene una ragione

  • Un piccolo e buffo coniglietto e il suo tutore ci insegnano che la famiglia non è solo padre e madre. Ma chiunque ci insegni ad accettare ogni nostro fallimento e a diventare persone libere e responsabili.

Prima di capire quello che “manca” a Bing, in realtà, dovrei soffermarmi su chi sia effettivamente questo Bing.

Versione breve: il protagonista del primo cartone animato genderless.
Versione lunga: una serie tv d’animazione inglese, prodotta dagli studi di Acamar Films, Brown Bag Films, Tandem Films e Digitales Studios e basato su una serie di libri che si chiamano “Bing Bunny”, scritti e illustrati da Ted Dewan. Settantotto episodi da setti minuti ciascuno, trasmessi per la prima volta in Gran Bretagna nel 2014 e da quest’anno (2019) disponibili su Rai Yoyo.

Il protagonista è, appunto, un certo Bing. Un piccolo coniglietto che, oltre a vivere in una carinissima casetta, trascorre le sue giornate con i suoi più cari amici: l’elefantina Sula, il panda Pando, i cugini Coco e Charlie.

Insieme a loro, ogni giorno, affronta con entusiasmo sfide sempre nuove che spaziano dall’imparare a usare gli hula hop, a gonfiare i palloncini, a conoscere per la prima volta il forte frastuono dei fuochi d’artificio fino ad apprezzare la dolce melodia della musica. Piccole imprese, all’apparenza titaniche, che rappresentano le grandi difficoltà tipiche di un bimbo in età prescolare (3-4 anni).

A uno come me, che non perdeva neppure un episodio di Fiocchi di Cotone per Janie, una trama simile avrebbe annoiato in tempo zero ma, come in tutte le cose che scrivo per .thePeriod, c’è un ma.

Questo piccolo e tenero coniglietto non ha i genitori.

Questo significa due cose: che ho una smisurata passione per gli psicodrammi e che questo cartoon ha tutte le carte in regola per far innervosire qualcuno.

Bing e (a destra) Flop

La figura, o meglio, le figure genitoriali sono sostituite da una sorta di tutore/mentore con le sembianze di un pupazzetto di stoffa. La cosa che, inoltre, sconvolge gli assidui sostenitori della teoria del gender, è che l’aspetto fisico di questo “genitore più infinito” è di molto inferiore a quello di Bing stesso, come se i ruoli, fisicamente e visivamente parlando, fossero invertiti.

Insomma un gran casino. Per fortuna qualche elemento tranquillizzante e tradizionalista, in questo personaggio, rimane. Si tratta del nome: Flop.

Sarcasmo a parte, se volessimo incastonare questo piccolo pupazzetto di colorazione arancione in una sorta di albero genealogico di formaldeide, non potremmo fare altro che ammettere che è in grado di assolvere alla perfezione tutte le funzioni tipiche non solo di un padre, ma anche di una madre. Affronta, infatti, le situazioni più difficili sdrammatizzando e infondendo fiducia a Bing e ai suoi cari amici e cerca di cogliere i lati positivi di fronte a ogni difficoltà.

Non lo so se Flop voglia essere o meno un inno alla genitorialità dei single o se voglia semplicemente urlare al mondo che non importa il sesso di chi si prende cura di te l’importante è che lo faccia davvero.

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Quello che so per certo è che nel nome stesso del personaggio più discusso dell’intera serie c’è il più grande messaggio educativo che questo prodotto televisivo vuole trasmettere: il fallimento.

L’insuccesso: quello che ognuno di noi dovrebbe prendere in considerazione di fronte all’ardua missione di educare un figlio. E che allo stesso tempo è proprio ciò che gli permetterà di diventare veramente un adulto libero e responsabile.

Perché l’unica vera sconfitta è il peso della finta perfezione che spesso trasmettiamo ai nostri figli, a cui auguriamo di essere quello che saremmo voluti diventare, spesso dimenticando i loro veri bisogni, le loro reali necessità, i loro sentimenti. La bellezza e il successo sono un hula-hop che, in qualsiasi modo lo si voglia mettere, non impareremo mai ad armeggiare, per lo meno senza farci seriamente male.

E se è vero che in rete spopolano articoli di mamme che elencano pedissequamente tutti i motivi per cui questo cartoon sarebbe un pessimo prodotto diseducativo, è anche vero che, spesso, i bambini sono molto più avanti, molto più smart, di chi gli dovrebbe insegnare come diventare adulti.

E non hanno bisogno di nessuno che gli insegni e gli faccia capire quanto amore possa essere racchiuso anche in pochi centimetri di pezza arancione.

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