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Bussana Vecchia: dove il tempo sembra essersi fermato.

Bussana Vecchia: dove il tempo sembra essersi fermato.

Avete mai sentito parlare del kintsugi? Il termine è giapponese e a molti di voi, me compreso, ovviamente non dirà un gran chè. Sono sicuro, però, che se vi faccio vedere questa foto, diventata virale sui social pochi mesi fa, tutto comincerà a essere più chiaro.

Si parte da un vaso. Rotto. E dai sui cocci: ormai spazzatura da buttare. Per lo meno per noi occidentali. Per la cultura giapponese, invece, non è così. Attraverso questa tecnica, infatti, che prevede l’utilizzo di un metallo prezioso (oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro) è possibile rimetterne insieme i pezzi e riportarlo al uso antico splendore, esaltandone le cicatrici, le nervature che, inevitabilmente, il processo di lavorazione ha provocato.

Ma lo scopo è proprio questo: le imperfezioni devono vedersi. Devono essere la testimonianza di una caduta, di una rottura e di una rinascita. Anzi sono così importanti che sono addirittura più preziose dell’oggetto stesso e per nessun motivo al mondo devono essere nascoste.

Ma che cosa c’entra addirittura il Giappone con un paesino abbandonato che dista qualche chilometro da Arma di Taggia?


Potrà sembrare strano ma è la prima cosa a cui ho pensato dopo aver visitato Bussana Vecchia. Qui di ferite, di cicatrice, di cocci da ricomporre ce ne sono veramente tanti ma è anche vero che ne sono stati messi insieme parecchi. Ed è come se fosse stata l’antica tecnica giapponese del kintsugi a guidarne l’intento: un borgo brulicante di artisti provenienti da tutto il mondo, tornato alla vita con tutte le sue imperfezioni, tutte le sue venature. Perchè sono queste che lo hanno reso speciale.
Il collante, però, non è stato l’oro ma qualcosa di ancora più prezioso: l’arte.

Perché qui l’arte è libertà. Ha trasformato macerie impolverate di ricordi in una factory alla Andy Warhol a cielo aperto, dove ogni artista che ci abbia messo mano, piede e vita ha cercato di traslocarci anche la sua creatività.

E mentre ti arrampichi per le vie del paese, ogni angolo sembra ricordarti questo. È come addentrarsi nell’inconscio di un cappellaio matto, costellato di sogni, di traumi, di speranze, di incertezze… Il tutto incastonato in perfetto equilibrio in una sorta di limbo sospeso nel tempo.

Uno dei luoghi che forse rappresenta meglio quello che voglio dire è anche uno dei più suggestivi di tutto il borgo: Il Giardino tra i Ruderi. Potrei fermarmi qui: il nome stesso del posto parla molto di più di quante parole si potrebbero trovare per descriverlo.

Ma voglio continuare.

Perchè solo parlando di Luisa Bistolfi, del suo arrivo nel borgo nel 1972 e del suo “folle” progetto di recuperare un ampio edificio nella parte alta di Bussana Vecchia, dando vita a questo giardino, rende perfettamente l’idea di quello che rappresenta oggi questo paesino.

Appena entri è lei a darti il benvenuto, a raccontarti quelle storie che ti fanno affezionare anche alle pietre e poi a sparire; per ritrovarla più tardi in qualche viuzza del paese.

Da qui la vista è mozzafiato e trovi piante di cui non conoscevi nemmeno l’esistenza forse perchè anche loro hanno saputo sviluppare la propria vena creativa.

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Dopo quel mattino del 23 febbraio del 1887, come succede dopo ogni terremoto e dopo ogni tragedia, il tempo si è fermato. Il borgo è diventato un fermo immagine di se stesso, come se fosse stato messo in pausa. Ma qualcuno, decenni fa, ha deciso di premere nuovamente il tasto play, di rimettere tutto in gioco convinto che in qualche modo la fantasia e i sogni sarebbero stati in grado di sotterrare la tragedia molto meglio di quanto fosse riuscito a fare il terremoto stesso.

Ce l’hanno fatta. E anche se oggi molti dei fautori di quella piccola rivoluzione sono andati via, il loro prezioso collante che ha cucito le ferite più profonde è rimasto lì e scorre ancora per le vie del borgo. Il rischio è che il mondo là fuori, con tutti i suoi problemi, la sua burocrazia, i suoi «se» e i suoi «ma» rientri qua dentro e si rimpossessi di tutto.

Dicono che succede così quando si fiuta il business del turismo. Non lo so se accadrà, ma anche se dovesse succedere c’è un qualcosa a Bussana Vecchia che è riuscito a penetrare persino più in profondità della polvere e che non se ne andrà mai.

È quasi sera. Mentre esco dal paesino, il mare, in lontanza e a fatica, riesce a farsi notare attraverso l’edera arrampicata sui muri dell’ultimo tratto del borgo.

Uscire da Bussana Vecchia è un po’ come risvegliarsi piano piano da un piacevole sonnellino e prendere contatto a poco a poco con la realtà. È un po’ come quando fai quei sogni che sembrano così veri che non ti riesci a svegliare, ma che quando svaniscono tu hai la certezza che sono esistiti.

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