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Giorno 1: quelle piccole cose di pessimo gusto

Giorno 1: quelle piccole cose di pessimo gusto

Oggi sono stato ad Atene. Sì, tranquilli, lo so non si può uscire di casa, ma dopo il terzo caffè istantaneo era quella la tazza che mi è toccato riempire.
Ho una mania, anzi, avevo, visto che l’ho abbandonata qualche anno fa. Collezionavo tazze di Starbucks: le bellissime City Mug. Era un modo per portarmi dentro posti in cui avevo lasciato il mio cuore e non avevo avuto il coraggio di andare a riprenderlo.

Sono bellissime, ma il senso di colpa che mi ha instillato Marie Condo ha avuto la meglio e ho deciso, quindi, di evitare che continuassero a invadere i già limitati metri quadrati di casa.

Adesso sono lì, tutte in fila, una dopo l’altra come noi al supermercato in attesa di fare razzia dei beni di prima necessità… e di seconda e di terza. Scalpitano per colmare la mia astinenza da caffeina, in ordine random. Sì ho le mie preferite, in effetti, ma alle 5 del mattino decidere quale afferrare o meno ha poco a che fare con i miei ricordi o qualsiasi altra parte del mio corpo.

Uso spesso Vienna, Ginevra, Barcellona sia perché rappresentano i miei traumi a zonzo per l’Europa sia perché fa molto “prossimo colpo de La Casa di Carta.” Ammetto di averle sfruttate in passato come un romantico surrogato della collezione di farfalle, prima che l’igienizzante per le mani diventasse un “must have”.

In questi giorni terribili di simil quarantena, mi sono reso conto quanto sia sufficiente anche solo un piccolo souvenir per farti respirare aria di libertà. Ho rimpianto persino tutti quelli che ho rotto o buttato via perché pesavano più dei ricordi che custodivano. Se adesso ne trovassi i cocci passerei notti insonni a ricostruirli, solo per rivedere come erano fatti.

Lo so, quando tutto sarà finito torneremo a considerare le cose belle e piacevoli scontate e non ne saremo mai sazi.  Ma ora come ora la sola idea e possibilità di organizzare una gita alle grotte di Toirano mi sembra come sentire per la prima volta l’acidità di un limone. 

Oggi è anche stato il mio primo giorno di smart working. È stato strano, stancante ma penso abbia funzionato. Devo solo riuscire a regolare le luci di casa in modo tale da farla sembrare, di giorno, un’efficientissima postazione di lavoro e di notte un luogo dove tutto tace e il mondo rimane fuori. Spero di non subire, anche in questo, l’influenza della guru giapponese di economia domestica.

Poco fa guardavo il telegiornale e mi sono accorto che il virus sta mutando. Sì, a seconda della testata, sta sempre più prendendo le sembianze e il fonema di Covid o Covid 19. Fa più: “ne è valsa la pena finire in terapia intensiva per una polmonite”.

Oggi è un po’ il giorno in cui la paura è diventata ufficiale. In cui il “come stai” è il nuovo “avvisami quando arrivi”, il solito “ti voglio bene” che si vergogna del suo nome.

Ma sono convinto che l’ansia, per alimentarsi, abbia bisogno di emozioni e finché ci sono quelle avremo un vantaggio biologico ed esistenziale su qualsiasi organismo voglia sbarazzarsi di noi.

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Genova, 10 marzo 2020

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