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Giorno 3: smeraldo

Giorno 3: smeraldo

Ho deciso che giudicherò la gravità della situazione pandemica mondiale in base alle domande del mio fidanzato. Oggi mi ha chiesto: “Chissà quando ci rivedremo…”.

Lo so, avrei potuto cominciare l’articolo semplicemente dicendo che oggi è stata una pessima giornata, ma così faceva più: “la mia vita dipende da fattori esterni di emergenza nazionale, non da me”.

C’è una canzone di Tiziano Ferro, che ovviamente adoro, che a un certo punto dice: “ho vissuto tanti anni in una gabbia d’oro. Sì, forse, bellissimo ma sempre in gabbia ero”. Secondo me riassume alla perfezione la cronaca delle giornate che stiamo vivendo in questi giorni.

Sì perché la casa è proprio questo: una gabbia d’oro e anche se adesso fossi rinchiuso in un attico sulla Fifth Avenue sarebbe comunque una prigione e non ne varrebbe in ogni caso la pena non avere la libertà di uscire, nel mondo, là fuori, a provarci, a sbagliare, a fallire.

Ho aperto questo blog perché credo profondamente nel fallimento e perché voglio celebrarlo.

Sono capaci tutti a gongolarsi nei loro successi, ma quelli che veramente meritano la medaglia sono i sorrisi di chi arriva a malapena a fine giornata con più casini di quando l’ha cominciata. Che eroi. Quelli che sanno regalarti un po’ di buonumore anche se riescono a fatica a sopportare il peso che hanno sulle spalle.

Oggi Facebook mi ha ricordato che 7 anni fa partivo per i Caraibi. In queste ore ho la sensazione che non esistano nemmeno più quei posti o che siano abitati da congregazioni di zombie.

Mi ricordo che prima di partire, mentre stavo facendo la valigia (rigorosamente all’ultimo), avevo postato una strofa di un’altra canzone. Anche questa, ovviamente, di Tiziano Ferro. Sono scontato, lo so, anzi, imbranato.

Il fatto è che ho passato gli anni migliori della mia psicoanalisi con le sue canzoni e ormai quei testi sono i miei cromosomi.

Il pezzo diceva: “fare le valigie nella stessa notte, darti le risposte ma sbagliarle tutte”. Parla di quei momenti in cui si fanno le cose perché si sente dentro una forza che ti spinge a farle, ma, in realtà, non avrai mai la certezza che avresti dovuto effettivamente farle. Non sai il perché nè, tantomeno, il per come.

Mi sentivo così. Anzi, mi sento così.

A proposito di psicoanalisi. Oggi ho preso una decisione. Penso che comunque ne usciamo da questa situazione, il mondo non sarà più lo stesso.

Perché, quindi, dovrei continuare a esserlo io? Sì ho deciso. La mia esistenza post apocalisse non potrà più tollerare individui sempre uguali a se stessi, imprigionati nei soliti traumi e nei soliti cliché. La mia vita deve cambiare. Devo continuare la strada con le mie gambe.

Di solito non ricordo che cosa ho mangiato il giorno prima, ma ricordo alla perfezione piccoli insignificanti episodi del mio passato. Uno di questi riguarda la mia adolescenza… e un lattaio. In quegli anni andavo in bicicletta con le rotelle. Il lattaio sotto casa, però, decise che era arrivato il momento di toglierne almeno una.

E quando parlo del lattaio sotto casa, ovviamente, mi riferisco a una figura che nella mia mente è facilmente assimilabile al vecchio Marley (sì dai, quello che spazza la neve nel film “Mamma ho perso l’aereo”). Una di quelle figure che ti incutono così tanto timore che non puoi fare a meno di esserne affascinato.

In effetti aveva ragione. Riuscii ugualmente ad andare in bicicletta e a pedalare perfettamente senza cadere.

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Le rotelle erano il mio seminterrato.

Non lo vidi mai più. Cioè sì, due o tre volte nelle settimane successive, ma, intendo dire, piano piano quella figura diventò sempre più irrilevante nella mia vita fino a scomparire definitivamente del tutto.

Ecco è arrivato il momento di togliere un’altra rotella. Di provare a cadere, ma farlo con le proprie mani anzi con le proprie gambe. Questo è il mio nuovo proposito post-coronavirus. Prendere il largo con un solo bracciolo.

Ma un appiglio rimane. Perché so di essere l’individuo più imperfetto sulla faccia della terra e perché, mai come in questi giorni, ho imparato che un post può essere bello quanto vuoi ma se non lo vede nessuno è come se non esistesse.

Questa volta esiste e sono pronto a giustificarlo di fronte al più cinico dei giornalisti d’assalto.

Ma, prima di confessare la mia voglia di essere una persona migliore, voglio aspettare che la conta degli infetti e dei morti diminuisca.

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