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Giorno 7: io un mondo migliore, non lo voglio

Giorno 7: io un mondo migliore, non lo voglio

  • Io amavo la mia vita di prima. Andava tutto bene? No, ovvio. Andava tutto male? Certo che no. Andava. E il passare settimane o mesi a dover sperare che io o qualche persona a me cara non finisca in terapia intensiva, non renderà la mia esistenza post Covid migliore.

Ho deciso di giudicare la gravità della situazione pandemica mondiale in base all’inserzione pubblicitaria di Wish su Facebook. Siamo passati da caroselli ricolmi di mascherine chirurgiche a sciccosissimi esemplari FFP3 disponibili anche in versione Pride.

Questo, insieme alle urla del mio vicino del piano di sopra contro il suo gatto e contro gli untori di fake news, dovrebbe rendere la situazione là fuori ancora decisamente preoccupante. 

Sono stanco. Non di stare in casa; cioè, in una certa misura, anche di quello. Mi sono veramente stufato, però, di una cosa in particolare: di questa forma tribale di comunicazione stantia e paternalistica che ormai invade ogni mezzo di comunicazione presente sulla faccia della terra: tv, giornali, social, radio, podcast, spotify, interstitial.

Siamo tutti, improvvisamente, diventati piccole, minuscole oserei dire, arabe fenici, pronte, da un momento all’altro, a rinascere dalle nostre sporche ceneri di un passato riprovevole. 

La catarsi, insomma. Che non è una malattia o per lo meno non del tutto; più che altro la definirei un goffo tentativo di nobilitare il proprio ancestrale senso di colpa. 

Si passa dal diabetico “andrà tutto bene” al “finita l’emergenza saremo persone diverse, migliori”, passando per l’inno nazionale in heavy rotation da una finestra all’altra dei condomini. Perché?

Noi italiani lo sappiamo meglio di altri: bisogna soffrire per rinascere, bisogna stare male per stare bene. E via dicendo, fino al classico dei classici: “si stava meglio quando si stava peggio”.

Devo ammettere che ci sono caduto anche io in questo tranello. In questo errore cognitivo. Tra me e me ho pensato: “Quando finisce tutto questo faccio quella cosa che ho sempre procrastinato, porto a termine quell’altra che non ho mai avuto il coraggio di realizzare”.

Me lo auguro, ma so che non sarà necessariamente così.

Il mio non è un discorso negativo o di mancanza di fiducia nell’umanità o in se stessi. Semplicemente penso che se una cosa la vuoi fare sul serio dovresti farla, o meglio provare a farla, a prescindere dal tuo stato seriologico, e non dovrebbe essere il rischio di morire a farti vivere.

Se no il pericolo è che una scelta coraggiosa finisca con il diventare di nuovo il solito errore e che il “carpe diem” non rimanga altro che una delle tante espressioni di cui non comprendiamo il significato.

Photo by engin akyurt on Unsplash

Io spero vivamente di riuscire ad avere il coraggio e la caparbietà di realizzare tutte quelle cose che ancora non sono riuscito a fare e che accompagnano dolcemente ogni mia fase rem, ma vorrei essere io a decidere, non una situazione esterna che non posso controllare e che mi obbliga, in emergenza, a prendere decisioni affrettate.

C’è, inoltre, un’aggravante in questa nuova tendenza comunicativa; un postulato verso cui provo un odio profondo. Quello che punta a stigmatizzare fortemente il nostro modo di vivere; e quando dico nostro, intendo lo stile di vita tipico dell’uomo occidentale. Insomma, ce la siamo un po’ cercata. I nostri usi e costumi, in qualche modo, sono stati loro a creare questo virus, altro che laboratori segreti cinesi. 

Hai voluto le consegne Amazon in un giorno? Il sushi a casa alle undici di sera? Incontrare il ragazzo che vive di fronte solo dopo un ciao e la foto del suo pene? Beh una pandemia è il minimo che ti potesse capitare. Anzi ti è andata fin troppo bene. 

I tentativi di strumentalizzazione della natura si perdono nei secoli dei secoli ma questo, purtroppo, non basta a farmi smettere di provare un enorme fastidio di fronte a questo atteggiamento.

Tutti a festeggiare e a inneggiare al ritorno del selvaggio là dove prima c’era qualche stupido umano (9 volte su 10 sono fake news o nella migliore delle ipotesi ovvietà). Animali selvatici che passeggiano nel quadrilatero della moda, acque limpidissime a Venezia e altre amenità che farebbero impallidire persino Alberto Angela.

Tutto il pianeta è in lockdown, dobbiamo veramente stupirci che l’aria sia più respirabile e meno inquinata? E, soprattutto, io preferivo qualche migliaio di esseri umani ancora vivi e le acque del Canal Grande un po’ più torbide. 

Questo sporco gioco della natura, in fondo, nasconde una delle cose più luride dell’essere umano e nei confronti della quale non c’è Trattato di Parigi che tenga: l’ipocrisia.

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Io amavo la mia vita di prima. Andava tutto bene? No, ovvio. Andava tutto male? Certo che no. Andava. E il passare settimane o mesi a dover sperare che io o qualche persona a me cara non finisca in terapia intensiva, non renderà la mia esistenza post Covid migliore.

La mia vita futura potrà essere più appagante, peggiore, oppure uguale a prima. So che non dipenderà soltanto da me stesso ma so anche che non sarà perfetta solo perché penso di avere un credito con l’universo, per aver sopportato e superato, si spera, una pandemia.

Io non mi sento una brutta persona perché ordinavo cibo da asporto alle undici di sera. Da una parte perché, comunque, mi arrivava quasi sempre freddo, dall’altra perché sono estremamente convinto che il cittadino, il singolo individuo non possa e non debba essere considerato il solo e unico responsabile di tutte le ingiustizie del mondo. Fanno parte, spesso, di un sistema più grande di lui e delle sue scelte in fatto di cibo o di vestiti.

Photo by Erik Mclean on Unsplash

Quante se ne nascondono, per esempio, anche dietro alternative che ci vengono vendute come etiche o solidali? La verità è che non possiamo sapere quanta sofferenza inneschi ogni singolo gesto che compiamo durante la giornata.

Dobbiamo agire nella maniera più responsabile e attenta alla collettività possibile, è vero, ma il limite lo decidiamo noi. L’importante è rispettare il prossimo e la legge.

C’è un ultimo corollario in questa apologia dell’eroe. Quello della comfort zone e di quanto sia di vitale importanza uscirne al più presto ogni volta che ci si ritrova invischiati dentro. E la situazione pandemica attuale ne è, forse, l’esempio più paradigmatico di che cosa voglia dire farlo.

Io, però, sono un fan della comfort zone; perché, è vero, perdere il pavimento sotto i piedi ti spinge, sì, ad avere grande coraggio e a compiere grandi imprese, ma decidi di realizzarle perché non vedi l’ora di tornare in quel minuscolo ma accogliente angolino del mondo.

Se un giorno ci sarà un vaccino o un medicinale in grado di debellare questo virus sarà grazie alla collaborazione di luminari provenienti da ogni angolo del pianeta che, tutti insieme, avranno lottato per un unico grande obiettivo: farci tornare nel nostro piccolo nido con le persone a cui teniamo di più.

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