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Giorno 9: casa è

Giorno 9: casa è

quarantena in casa

Ho deciso di giudicare la situazione pandemica mondiale in base alla colonna sonora de “Il Gladiatore”. Dal momento che l’ho ascoltata immaginando la mia routine quotidiana come uno showreel degno di un’arena gremita di persone, la situazione là fuori deve essere ancora preoccupante.

Sì ok, adesso là fuori si può uscire. Per me, però, finché il virus sarà l’indiscusso protagonista della prima pagina dell’edizione serale del TG5 e dei servizi con voce tetra di “Live non è la D’Urso” mi considererò ancora in piena emergenza sanitaria.

Stavo pensando che, in effetti, in tutta questa folle storia, un eroe, anzi un’eroina degna di Russell Crowe c’è: è la nostra casa. Uno dei termini più concisi della lingua italiana che, però, racchiude in sé talmente tanti significati che non basterebbero quelle più prestigiose per racchiuderli tutti.

Ho provato a elencarli lo stesso.

Sono più che altro uno “stream of consciousness” dei miei 60 giorni passati in quarantena, da leggere ovviamente immaginando di passeggiare per i campi Elisi accarezzando un mare di spighe di grano.

Photo by Jason Leung on Unsplash

Casa è un nido.

Casa è il coraggio di lasciarlo e trovarne uno più confortevole. Non più comodo, semplicemente più su misura.

Casa è camminare scalzo nel parquet e pungerti con la graffetta con cui togli la SIM e ne metti un’altra. Per chiamare una persona lontana.

Casa è vedere le stesse 4 stanze in mille modi diversi. 

Casa è il telefono che ti cade mentre stavi cucinando. È la foto dall’alto al tuo manicaretto da cui si intravedono le pantofole a forma di emoji.

Casa è quella volta che mi hai elencato in un post-it i motivi per cui volevi stare con me. 

Casa è la lettera che ti ho scritto piangendo e che non ti ho mai consegnato. Ormai eri già andato via e via email non avrebbe avuto lo stesso spessore.

Casa è quando torni dall’ospedale e ti sembra un albergo a 5 stelle, ma l’indomani mattina ti lamenti che il bagno è troppo piccolo.

Casa è dove dormi meglio. Anche se i sogni migliori sai che puoi farli dove vuoi.

Casa è dove puoi piangere perché non ti sente nessuno o dove devi farlo perché ti senta chi ti sa ascoltare.

Casa è quella che a un certo punto o lasci o sei costretto a portarti sulle spalle. Per sempre.

Casa è un piatto rotto e accorgersi dopo un mese che ne era rimasto un coccio sotto il frigorifero.

Casa sono tutti quei rumori che riconosci al volo ancora prima che arrivino alle tue orecchie. Ma è anche non sentirli perché hai i tappi di quella volta a Parigi.

Casa è il brontolio del frigorifero e del tuo stomaco quando è vuoto. Il frigorifero, intendo.

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Casa è capire chi è in base a come suona il citofono. Ma è anche spaventarsi ogni volta che lo senti squillare. 

Casa è il rumore della pioggia sotto il piumone e non potersi addormentare per il caldo in una notte di mezza estate. Mezzo nudo.

Casa è il primo bip di quando ti colleghi a Google Meet. Ma è sopratutto il secondo e il terzo di quando arrivano tutti gli altri.

Casa è quello smalto con i brillantini che hai riposto non sai dove, ma, soprattutto, è decidere finalmente di metterlo.

Casa è la leggerezza delle bottiglie con cui ti alleni e il numero di volte che ti scivolano dai piedi.

Casa è dire “Alexa” e sentirsi rispondere che in questo momento non è disponibile.

Casa è l’odore di lavanda di cui sono intrisi i cuscini e quello di caffè americano di cui sono fatte le tue mattine.

Casa è anche un albergo. Per questo lasci le monetine sparse sul comodino anche lì.

Casa è.

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