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Il Covid si è preso mio padre ma non è riuscito a portarsi via lo spirito del Natale

Il Covid si è preso mio padre ma non è riuscito a portarsi via lo spirito del Natale

  • Quando ero piccolo, durante una vigilia di Natale, mentre andavo verso la mia cameretta, vidi mio papà che stava portando fuori dalla dispensa un sacco di juta pieno di oggetti, di regali presumevo. Quel giorno, così come oggi, non ho smesso di credere al Natale.

Mio papà lavorava nel mondo dello zucchero. Però non era dolce. O meglio, aveva il terrore di dimostrarlo. La dolcezza se la scrollava di dosso come quando ti cade una zolletta sulla maglia e ti preoccupi di togliere anche il più piccolo dei granellini. 

Era un dolcificante senza calorie. Nel senso che era un gigante gentile ma non te lo faceva pesare. Non sarebbe riuscito a progettare zuccherifici in Qatar, negli Emirati Arabi e in giro per il mondo, se avesse odiato così tanto la materia prima che erano destinati a produrre.

Dentro la mia testa era un ordinario Willy Wonka, scorbutico come Scrooge. E io, buffo e ambiguo come un Lumpa Lumpa.

C’è un suono che ancora oggi mi ricorda la sua presenza come se fosse accanto a me: quel sordo cigolio dell’accendino che, ogni sera, mentre tutti noi eravamo a letto, rimbombava nel silenzio della casa e del mio cuore.

Sì perché quel rumore era una sorta di campanellino di allarme, che risvegliava in me il terrore di perderlo proprio a causa di quel suo vizio.

L’odore delle Marlboro Rosse era il suo Chanel n5. La sua fragranza era un misto di tabacco e profumo di pigiama pulito e stirato, anche in quegli angoli dove pensi che il ferro non arriverà mai.

Ogni tanto ero suo complice. Per rito e per gentilezza mi ritrovavo a comprare quell’iconico pacchetto di sigarette per lui. 

Mi ricordo che mentre tornavo a casa a portarglielo, tante volte, lo aprivo per sniffarlo perché l’odore che emanava mi piaceva un sacco. Era come se riuscissi ad assaporarne il gusto senza prendermi il rischio di fumarle. Mi affascinava.

Era il mio solito surrogato che teneva lontano pensieri più grandi di me.

Questo è il primo Natale senza di lui. Il Covid lo ha portato via. All’improvviso e in pochi giorni.

I miei genitori mi hanno trasmesso una sorta di credo per il Natale. Non in senso cattolico ma nel senso di magia.

Quella magia che se fosse fatta di fiabe tutte comincerebbero con: “Babbo Natale ogni anno parte dal Polo Nord per portare regali a tutti i bambini del mondo…”

E io, come tutto ciò che mi viene detto con il cuore, ho sempre riposto la mia più grande fiducia in questo.

Quando ero piccolo, durante una vigilia, mentre andavo verso la mia cameretta, vidi mio papà che stava portando fuori dalla dispensa un sacco di juta pieno di oggetti, di regali presumevo. 

Non si accorse che io lo vidi e non gli parlai mai di questo episodio. Rimasi, però, scioccato da quella scena.

Sì, insomma, avevo avuto davanti ai miei occhi la testimonianza vivente che non solo Babbo Natale non esisteva ma che, anzi, era un’invenzione dei miei genitori.

Ci dormii su un paio di notti e alla fine riuscii a elaborare una spiegazione logica per quello che avevo visto. Babbo Natale, quello vero, aveva riposto i regali nella dispensa di casa mia e mio padre non stava facendo altro che metterli al loro posto, sotto l’albero.

Insomma, nella peggiore delle ipotesi lui era soltanto il suo aiutante. Ma quello vero, ero certo, esisteva sul serio e anzi quella ne era stata una prova schiacciante. 

Ero un bambino che aveva bisogno di sognare così come ora sono un adulto che non può più smettere di farlo.

Non è stata una scusa che mi sono raccontato. Io sono fermamente convinto di questa storia di questo goffo signore che ogni anno non ha niente di meglio da fare che rendere felici le persone nel mondo.

Come tutte le cose in cui si crede, però, arriva un momento in cui queste cominciano a vacillare. Questo momento, per me, è stato alcuni giorni fa. 

Natale quest’anno porta il sapore di uno dei momenti peggiori della mia vita.

Quelli che temi da piccolo e che pensi che, poi, quando arriveranno, saranno comunque meno peggio di come li avevi immaginati o che, nella peggiore delle ipotesi tu sarai un po’ più pronto ad affrontarli.

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Non è così.

Ma poi ho ripensato a mio padre. Allo zucchero. A quel grosso sacco di iuta. E ho capito che era tutto troppo importante per poterlo lasciare morire.

Ho capito che lui ha dedicato anima e corpo della sua vita per farmi felice e io non potevo lasciare che tutta la magia di cui mi aveva circondato, durante la mia infanzia e la mia adolescenza, all’improvviso, sparisse. Smettesse di respirare come ha fatto lui davanti ai miei occhi. 

Sono le 3 del pomeriggio. Squilla il telefono. Mio papà si è aggravato e il medico pensa che sia meglio che qualcuno corra a salutarlo. Potrebbe essere l’ultima volta. Vado io.

Mio fratello e mia mamma sono in isolamento e sono l’unico che può farlo. Non che non voglia, ma questa circostanza carica il momento di un peso che non so se riuscirò a sopportare.

Prima di uscire prendo la mascherina. Mi ricordo di scegliere quella rossa. 

Arrivo in ospedale. L’infermiera mi dice che devo vestirmi; devo mettere tuta, guanti, visiera e cambiare la mascherina mettendone una più adatta. Lo faccio, ma decido di posizionare sopra quella rossa che mi ero portato da casa.

Pochi giorni prima me l’aveva vista indosso mio padre e pensavo che sarebbe stato il mio disperato segnale di fumo per fargli capire che ero io, durante quell’addio di poliestere.

Sto pochi minuti. Il tempo di dire frasi che forse non ha sentito o se ha sentito non è stato, ormai, in grado di comprendere.

Il tempo di percepire la sua pelle attraverso il lattice dei guanti. Il tempo di incrociare il suo sguardo e fonderlo nel mio DNA.

Il tempo di girarmi, andare via e poi fermarmi e poi rigirarmi un’ultima volta. Per un ultimo sguardo.

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