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La violenza sulle donne non è solo cicatrici

La violenza sulle donne non è solo cicatrici

  • C'è un tipo di violenza che non lascia lividi sui nostri polsi o occhi neri sui nostri volti, ma tante piccole cicatrici che siamo ormai abituate a coprire, ferite profonde che sembrano guarite ma che ricominciano a sanguinare quando meno ce l’aspettiamo.

È venerdì sera e la mia settimana è finita. Sto tagliando della verdura in attesa che il microonde scongeli qualche pasto di ripiego per la mia cena. Fuori piove e nel tepore della mia cucina aspetto la risposta al messaggio del ragazzo con cui mi incontrerò. Doppia spunta blu, silenzio. Passa un’ora, silenzio. Per un attimo rivivo il batticuore, l’ansia, il panico.

Mi assalgono i pensieri che anche lui possa sparire per sempre, che possa svanire come un fantasma nello stesso in modo in cui mi era successo qualche mese prima, quando ho scoperto per la prima volta che cosa significasse la parola ghosting.
Qualche giorno fa è stata celebrata la Giornata Nazionale contro la Violenza sulle Donne. In rete, e non solo, hanno proliferato post che mostravano i volti di donne segnate dalla violenza: occhi neri, polsi lividi mi hanno letteralmente bersagliata facendo sorgere in me una domanda.

Quanti uomini si sarebbero sentiti colpiti da quelle immagini così forti? E quanti si sarebbero considerati estranei a quella violenza così terribile?
Eppure credo che la maggior parte della vita di noi donne sia costellata da numerosi episodi di violenza tanto frequenti quanto invisibili ai più.

Pensiamo ad esempio a quando, durante una riunione, uno dei nostri interlocutori ci mette a tacere mostrandoci il palmo della sua mano. Pensiamo a quante volte siamo state accusate di avere ottenuto il nostro status con chissà quali favori sessuali.

Pensiamo a quante volte siamo state “fregate” dal meccanico di turno che, senza il minimo scrupolo, ci ha costrette a pagare servizi indesiderati per il fatto che non saremmo comunque state in grado di contestare adeguatamente a causa della nostra incompetenza in materia.


E che dire di quando proviamo ad alzare la nostra voce? Se mostriamo la nostra sofferenza arrabbiandoci veniamo accusate di avere il ciclo. Se facciamo valere le nostre ragioni ci viene detto che forse abbiamo una vita sessuale troppo insoddisfacente.

Photo by Lina Yatsen on Unsplash

Cosa ci resta, dunque, per difenderci?


Quali strumenti abbiamo a disposizione per farci ascoltare senza giudizio?

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Abbiamo smesso di notare questi gesti per la nostra sopravvivenza, perché non possiamo impiegare costantemente il nostro tempo a difenderci, a chiedere che la nostra identità sia riconosciuta.


Questi episodi non lasciano lividi sui nostri polsi o occhi neri ma tante piccole cicatrici che siamo ormai abituate a coprire, ferite profonde che sembrano guarite ma che ricominciano a sanguinare quando meno ce l’aspettiamo.

Sono segni che, nonostante tutto, sono dentro di noi per restare e per cui io stessa non conosco una cura se non quella della parola. Dare voce anche a queste violenze “minori” è l’unico strumento in mio possesso per rappresentare la sofferenza di chi una voce non ce l’ha, ha smesso o non può permettersi di averla.

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