Stai leggendo
Lavorare da casa: tutto quello che non stiamo imparando

Lavorare da casa: tutto quello che non stiamo imparando

  • In tempi di remote-working, dietro alle quattro mura delle nostre case, si svolgono piccole e improduttive battaglie per primeggiare sugli altri. Ma là fuori una minaccia sconosciuta ci rende tutti ugualmente vulnerabili. Non ci sta insegnando proprio niente, dunque, questo isolamento?

Ogni mattina apro LinkedIn e il mio feed si popola di volti felici in videochiamata. Le frasi che descrivono questi mosaici fotografici sono “noi ci siamo”, “noi andiamo avanti”, ma lo scenario dietro a tali sguardi è davvero sincero? 

Leggo articoli sul web che ci raccontano di quanto l’esperienza Covid-19 ci cambierà portandoci grande consapevolezza. Ma siamo sicuri che questa pandemia mondiale ci stia insegnando a vivere con maggiore umanità o si tratta dell’ennesimo momento in cui il filosofo Thomas Hobbes avrebbe definito l’uomo un lupo per gli altri uomini?

Perché non riusciamo a superare la nostra routine?

Nei giorni scorsi ho raccontato come sto vivendo emotivamente questo periodo di quarantena. Ma ciò che mi ha colpito di più nell’esperienza del lavoro da remoto, è stato il ripetersi delle dinamiche di ufficio. Quasi come se ognuno di noi fosse aggrappato alla routine 9-18. Una routine dove occorre rimarcare virtualmente il proprio “ci sono” e la propria puntualità con un messaggio o una mail.

Il rapporto virtuale con i colleghi non riesce a tutelarci dal nervosismo o dalle difficoltà di questo o quell’altro individuo nell’adattarsi alle nuove abitudini, ma sui comportamenti disturbanti del microcosmo del nostro ufficio possiamo, fortunatamente, mettere un filtro. Non vivendo nello stesso spazio per otto ore, possiamo percepire il nervosismo dei nostri colleghi ma possiamo scegliere di non farci contagiare. Se non attraverso la comunicazione non verbale, il tono della voce, l’espressione del volto. Perché l’emozione e l’energia di una persona non possono passare, a mio parere, attraverso uno screen.

Stiamo allargando i nostri orizzonti?

Qualche tempo fa, durante un aperitivo su Skype con un’amica, discutevo sul fatto che il Coronavirus ci ha mostrato ancora una volta l’inconsistenza dei nostri confini. Pensiamo ad esempio alla Svizzera, che si trova a un passo da noi ma ha adottato misure meno restrittive rispetto a quelle italiane (almeno per il momento n.d.r.). Il virus ovviamente i confini non li conosce. Tuttavia noi li conserviamo in modo molto forte all’interno di noi stessi. 

Il digitale ci sta offrendo la possibilità di entrare in contatto con professionisti da ogni parte del mondo, di fare colloqui senza prendere macchina o treno e di aprirci a collaborazioni anche temporanee con esperti da ogni parte d’Italia. Ma ne stiamo sfruttando tutte le potenzialità?

Ci confrontiamo con le realtà locali e pensiamo in piccolo o stiamo cambiando prospettiva su quanto si sia aperto il panorama intorno a noi?

Continuiamo a coltivare i nostri interessi personali

E mentre i professionisti freelance scalpitano per primeggiare sugli altri a colpi di advertising su Facebook, i dipendenti sgomitano per rendersi utili alla propria organizzazione rendendo indispensabile la propria posizione.

leggi anche
Dolci nati per errore che ti dimostrano che sì, si può sbagliare

In tempi di Covid-19 si parla tanto di guerra ma quelle che si svolgono tra le quattro mura delle nostre case e di fronte ad un PC sono piccole e improduttive battaglie; così come al supermercato cerchiamo di accaparrarci le provviste a scapito degli altri, in casa nostra cerchiamo di primeggiare in modo furbo sugli altri. E uso volutamente il termine furbo perché è davvero semplice raggiungere i propri obiettivi con la “furbizia” ma farlo in modo intelligente e senza danneggiare chi sta intorno a noi è proprio tutta un’altra cosa. Che richiede un’umanità che pochi di noi riescono a mantenere quando le proprie azioni sono mosse dalla paura e non da una più saggia forza interiore.

Abbiamo capito ormai tutti che quello che stiamo facendo non è, nella maggior parte dei casi, smartworking bensì remote-working. Abbiamo compreso che questo lavoro da casa in situazione di emergenza di smart abbia ben poco. 

Ma la nostra “pausa” dal mondo esterno non è ancora finita e forse, proprio ora, dovremmo iniziare a cambiare gli schemi che ci guidano. Questo è il momento in cui guadagnamo il tempo che prima impiegavamo per andare a lavoro. È l’incredibile opportunità di impegnare anche solo mezz’ora in più al giorno alla nostra crescita personale.
E questo tempo potremmo dedicarlo, con umanità, a immaginare di creare dinamiche in cui lavorare possa essere bello ed arricchente davvero e non l’ennesimo gioco di potere. Dopotutto, di fronte a una minaccia così sconosciuta, siamo tutti ugualmente vulnerabili.

Come ti ha fatto sentire questo articolo?
Arrabbiat*
0
Eccitat*
0
Felice
1
Incuriosit*
4
Innamorat*
0
Liber*
1
Leggi i commenti

Scrivi un commento

Your email address will not be published.

period magazine è un progetto di empowerment femminile e gender mainstreaming creato da Valeria Molfino e Davide Sassarini | Privacy Policy