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L’ufficio è morto. Facciamocene una ragione.

L’ufficio è morto. Facciamocene una ragione.

  • Faccio parte di quella categoria di persone che comunicava via messaggio anche da una scrivania all’altra. Per quale ragione dovrei tornare in ufficio?

Una delle cose che mi ha sempre colpita durante i miei viaggi, è il silenzio spettrale che aleggia nei distretti finanziari delle grandi metropoli fuori dagli orari di lavoro. Passeggiando la sera per la City londinese, ad esempio, ho provato un inaspettato senso di pace sentendo risuonare l’eco dei miei passi sulle pareti degli altissimi palazzi in vetro.

Ho provato la stessa sensazione durante l’attuale lockdown. Non mi riferisco soltanto all’ambiente circostante il mio ufficio, ma anche a ciò che ho provato vedendo le immagini delle capitali europee e internazionali attraverso i video raccolti dai droni.

Tra qualche tempo probabilmente rientrerò in ufficio dopo un periodo di remote working. Non ne capisco davvero l’utilità perché faccio parte di quella categoria di persone che, ben prima della quarantena, comunicava via messaggio anche da una scrivania all’altra. Ma soltanto da qualche giorno si è annidato della mia testa un pensiero; l’ufficio è morto?

Nell’articolo comparso qualche giorno fa sul magazine 1843 dal titolo “Death of the Office”, Catherine Nixey descrive il racconto di un impiegato in uno dei primi uffici al mondo. La storia risale al 1822 e descrive un palazzo rivoluzionario che dava spazio alle attività della Compagnia delle Indie orientali. Successivamente l’impero coloniale britannico crollò, ma non fu lo stesso per l’idea dell’ufficio che si era ormai affermata e diffusa.

La creazione di questi spazi produttivi fatti di fila di lavoratori simili ad alunni all’interno delle classi, rivoluzionò completamente la distribuzione delle ore durante la giornata. 

Oggi come allora trascorriamo la maggior parte del nostro tempo lontani da casa, dagli affetti e dalle nostre passioni. Condividiamo le ore della nostra vita con persone che probabilmente non sceglieremmo mai per stare al nostro fianco.

Credits: Abbie Bernet

Come ultima ratio per rendere lo scenario più sopportabile, le aziende hanno trasformato i propri spazi affinché fossero più vivibili. Ecco allora comparire tra le scrivanie tavoli da ping pong, calcio balilla e macchine-distribuisci-amenità di ultima generazione

Ma come tutti i palliativi anche questa soluzione ha mostrato ben presto la sua inadeguatezza. Chi sceglierebbe un ufficio soltanto perché dotato di amenità che non può utilizzare perché stressato e oberato di lavoro? A chi rimane il tempo per dedicarsi allo svago in ufficio quando si deve portare a termine una mole di attività che supera il proprio potenziale produttivo?

Non è finita. Tra i “contro” del lavoro in ufficio ci sono elementi che vanno ben oltre il discorso sulla funzione e la filosofia di tale spazio. Lavorare in ufficio fa male al corpo e allo spirito; soprattutto (e come al solito aggiungerei) a quello femminile. 

Trascorrere ore alla propria scrivania aumenta l’insorgenza di problemi cardiaci, di diabete di tipo 2 e di patologie alla schena. Inoltre solitamente nei luoghi di lavoro la temperatura dell’aria condizionata viene regolata sulla base di un uomo medio di circa quarant’anni di età. Bene per gli uomini insomma e alle donne non resta altro che “congelare”.
Senza parlare poi delle misure pressoché inesistenti a supporto delle madri di famiglia. Mai come oggi ci rendiamo conto di quanto essere madre lavoratrice sia difficile o quasi impossibile.

Questa Primavera ci siamo ritrovati improvvisamente ad abbandonare il nostro ufficio. È capitato all’improvviso senza che fossimo minimamente preparati a tale circostanza.
Fin da subito abbiamo apprezzato la possibilità di sbirciare durante le nostre infinite call su Zoom, Meet, Skype, la vita privata dei nostri colleghi
Ogni mattina sappiamo che possiamo indossare dei confortevoli leggins senza preoccuparci di apparire, attraverso il nostro abbigliamento, professionali e impersonali. E sono sempre di più le persone che proprio a seguito di questa esperienza hanno iniziato a considerare l’ufficio un luogo al tramonto.

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Credits: Charles Deluvio

Del resto già da anni prima del lockdown, molte aziende hanno iniziato a organizzarsi per ridare ai propri dipendenti la possibilità di decidere del proprio tempo. E per rispondere alla necessità di mantenere quella componente relazionale ed emotiva che nessuna tecnologia all’avanguardia potrà sostituire, si sta sempre più diffondendo l’idea che gli uffici siano spazi di ritrovo per il tempo strettamente necessario, in un’ottica di co-working. 

Perché il contratto di lavoro è soprattutto vendere una quantità del proprio tempo e non la propria vita intera.

E mentre leggo articoli sulle enormi spese che le aziende saranno costrette a sostenere per rendere a norma i propri spazi, mi domando cosa ci riporterà alle nostre aziende. 

Chi sono quelle persone che dell’ufficio non possono fare a meno?

Sicuramente gli imprenditori. Ed è più che legittimo perché difficilmente si potrà trovare un’alternativa valida nella cura del rapporto con i clienti che prescinda la componente umana e relazionale. Ma c’è un’altra categoria, ed è a mio parere la più preoccupante. Quella di chi non può fare a meno dell’ufficio per colmare l’infelicità della propria vita a casa. Quelle persone che hanno bisogno di condividere (e spesso purtroppo a sfogare) le proprie frustrazioni sui colleghi. Ma se per questo tipo di persone non esiste alcun antidoto se non la psicoterapia, sarà compito degli imprenditori illuminati lasciare la scelta ai propri dipendenti di decidere dei propri spazi e delle persone con cui condividerli.

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