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Se sei una donna e puoi dire di NO lo devi a Franca Viola

Se sei una donna e puoi dire di NO lo devi a Franca Viola

  • Franca Viola è la ragazza siciliana che, nel 1966, insegnò a un’Italia del Nord più sviluppata, che una donna poteva denunciare gli abusi subiti senza piegarsi alle volontà di soggetti che pretendevano di esercitare vere e proprie brutalità disumane sulle donne con la protezione dello Stato.

Avete presente quando i nostri nonni ci dicevano di quanto siamo fortunati ad essere nati in un periodo florido e ricco di diritti e pari opportunità? Ecco, mentivano. Senza cattiveria o presunzione, ma non avevano ragione.

Sono nata nel 1991 e, fino a pochi anni fa, pensavo di essere cresciuta in un’epoca florida e rigogliosa, in cui il nostro Stato e la nostra Società iniziavano a comprendere i diritti della loro popolazione e, piano piano, cercavano di adattarsi agli alti standard degli altri Paesi Europei. Complice la mia inclinazione famigliare di sinistra, mi sono sempre ritenuta orgogliosa di leggi virtuose quali la n.194 sull’aborto che, nel 1978, urlava il nostro diritto decisionale sulla
gravidanza.

Ne ero – e ne sono – fiera, soprattutto perché era nata grazie a uno sforzo di ribellione dei Radicali sotto un governo della Democrazia Cristiana (che, aimè, nel PCI vedeva un complice morale e bigotto) in uno scenario politico e sociale quanto più caotico possibile (vedi gli Anni di Piombo). La verità è che mi sbagliavo.

Nel 1991 l’Italia in cui sono nata era non solo arretrata, ma misogina e maschilista a tal punto che lo stupro non era neanche il reato penale che noi consideriamo
scontatamente tale. Diamo così tanto i nostri diritti per appurati che mi sento di dover fare un passo indietro per spiegare qual è stato il primo vero e proprio sforzo, che è servito al paese in cui viviamo per arrivare a una parità che diamo esageratamente per assodata, ma che per qualcuno, fino a pochi anni fa, non lo è stata.

Non è un caso che sia toccato all’ennesima vittima reagire ed esporsi pericolosamente per poterci tramandare una giurisprudenza degna di questo nome, volta a tutelare e a proteggere ogni cittadino con leggi veramente volte a tutelare tutti, ma soprattutto quella parte di popolazione storicamente più esposta ai giudizi sociali: le donne. Ma non soltanto.

Correva (solo) l’anno 1965, precisamente il 26 dicembre, quando la diciasettenne Franca Viola venne rapita dal suo ex fidanzato Filippo Melodia, appartenente a una famiglia mafiosa, e da dodici complici per essere segregata, stuprata, seviziata e lasciata digiuna per otto giorni con la connivenza della famiglia del giovane.

Non era un caso eccezionale. Era una piccola norma: succedeva – e pure molto spesso- che le donne venissero stuprate da conoscenti o familiari stretti, con una connivenza ben più legittimata di oggi. Ma Franca Viola per prima si ribellò al matrimonio riparatore. Franca Viola fu la prima donna a dire “no” in un’aula di tribunale a quella legge tanto sbagliata quanto ributtante, inconsapevole
del fatto che in quel momento avrebbe generato uno smottamento nella morale e, soprattutto, nella giurisprudenza italiana in tema di diritto delle donne.

Quella ragazzina convinse un tribunale che no, non era giusto che una donna stuprata dovesse sposarsi per mantenere una dignità sociale, preziosa e necessaria.
Franca Viola è Siciliana e, nonostante fosse il 1966, insegnò anche un’Italia ben più sviluppata e industriale, quale quella del Nord, che una donna poteva denunciare gli abusi subiti non piegandosi alle volontà di soggetti che pretendevano di esercitare vere e proprie brutalità disumane sulle donne con la protezione dello Stato.

Ebbene sì, perché nel 1966 per la giurisprudenza in Italia esisteva ancora il matrimonio riparatore, sancito con la l’articolo 544 del codice penale, abrogato con la legge n.442 solo nel 1981. Cosa significa? Che fino a trentanove anni il codice penale sanciva che: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.”

In soldoni: fino al 1981 se stupravi una donna, ma poi la sposavi, il reato di stupro era estinto non solo per te ma anche per i complici e, quindi, non era di fatto perseguibile.

Quindi, se ti sposavi con la vittima di stupro non eri uno stupratore perché, in qualche modo, la donna era consenziente.

Consideriamo che, purtroppo, in un’Italia non così tanto passata, se eri vittima di stupro in quanto donna eri colpevole, additata come prostituta e perseguibile socialmente di fatto più dello stupratore stesso. Eri disonorata e di conseguenza obbligata a sposare il tuo stupratore.
Franca Viola vinse a processo: Filippo Melodia venne condannato a 11 anni, ridotti poi a 10 con due anni di domiciliari. Ma la legge non cambiò. Bisognerà, infatti, aspettare ancora sedici anni perché ciò avvenga, il 5 agosto 1981.

Quando Franca Viola fu stuprata mia mamma aveva 12 anni, mio padre 17. Mi viene un attacco di panico se penso che, non troppi anni prima della nascita di mio fratello (e poi mia), l’utilizzo dello stupro come pratica per riuscire a conseguire un matrimonio riparatore da parte di tantissimi uomini e intere famiglie fosse utilizzata diffusamente. I miei genitori ancora non si conoscevano, non si erano ancora innamorati e non avevano ancora pensato a costruire una famiglia. Misero al mondo mio fratello dopo 7 anni dalla celebrazione del loro matrimonio, senza obblighi o vincoli.

Mi sembra folle che solo un anno prima della nascita di mio fratello fu abrogata una legge che ora penseremmo distante anni luce. Invece sono passati solo 39 anni.
Se pensate che sia una storia che si conclude positivamente, beh, vi sbagliate.

Abbiamo ancora molto da imparare.

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Correva l’anno 1996, io avevo 5 anni, mio fratello 14. I miei genitori erano ancora giovani, lavoratori e impegnati a crescere due creature che, con la leggerezza tipica della tenera età, credevano di crescere in un modo moderno. Ci formavamo a colpi di rivendicazioni di uguaglianze e pari opportunità. Crescevamo in una famiglia dove l’amore era nato in modo naturale e rispettoso e ci aspettavamo che quella fosse la prassi.

Ascoltavamo le lamentele e le rivendicazioni per retribuzioni diseguali e stereotipi sessisti da aberrare, inconsapevoli che solo in quell’anno, solo ventiquattro anni fa e, quindi, trent’anni dopo il fatto di Franca Viola, la legge n.66 afferma il principio dello stupro come reato contro la persona e non contro la morale e il buon costume.

Correva l’anno 1996, avevo 5 anni, e solo all’ora la giurisprudenza riconosceva lo stupro come tale, non assimilandolo a degli atti osceni in luogo pubblico. Avevo 5 anni e solo in quel momento le donne (ma anche gli uomini) potevano appellarsi alla giurisprudenza penale per denunciale un reato grave ed essere riconosciuti come individui lesi nella loro dignità, psicologia, fisicità.

Ora ho 29 anni, siamo nel 2020, e diamo per scontati dei diritti che sono, purtroppo, nati così recentemente che non hanno potuto neanche cambiare la morale del paese in cui viviamo, di come intendiamo in modo -mi sento di dire- innato il ruolo dell’uomo e della donna nella nostra società.

Ora ho 29 anni e alle donne viene chiesto con quali indumenti fossero uscite di casa prima di essere stuprate.

Ora ho 29 anni e, soprattutto oggi che è l’Otto Marzo, mi sento di voler ringraziare con tutta me stessa Franca Viola se i nostri nonni ci dicevano, inconsapevolmente, che ora siamo fortunati e privilegiati. Perché Franca Viola non è stata una ragazzina di diciassette anni stuprata e seviziata, è stata la donna che ci ha permesso di essere le persone tutelate dallo stato che siamo, cittadini possessori dei diritti che abbiamo.

Franca Viola ci ha concesso di entrare in un pronto soccorso, in un commissariato, o solo di parlare con la persona di cui ci fidiamo e dire “io sono stata stuprata”.

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